Il Manifesto di Ventotene. Un progetto che ci interroga e sprona ancora oggi
- Partito Democratico del Veneto
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di Giovanni Tonella
È mia intenzione qui riprendere una analisi che avevo scritto nel 2019 prima delle elezioni europee del 2019 e che era, come altre in quell’anno, finalizzata a rigenerare e rilanciare una elaborazione di pensiero per un partito, il PD, appena sconfitto rovinosamente nelle elezioni del 2018. Si tratta di una esigenza ancora attuale che peraltro anche a livello veneto si cerca di assolvere con la prossima uscita di una rivista di cultura politica promossa dal partito regionale, rivista che si chiamerà “Pensiero democratico”.
Le recenti dichiarazioni strumentali della Meloni, probabilmente fatte per distrarre la discussione da questioni più urgenti e fondamentali, quali l’atteggiamento del governo in questa fase politica internazionale particolarmente complessa, e il dibattito che si è acceso, con una sequela di interventi di intellettuali e giornalisti nella sostanza critici o molto critici nei confronti del Manifesto, ci costringono in ogni caso ad affrontare nuovamente il tema, in un contesto però particolarmente significativo per il quadro in movimento che offre. Infatti con l’elezione di Trump e la crescita in tutta Europa di forze di estrema destra, nazionaliste, populiste e sovraniste, con il ruolo sempre più ambizioso in termini di influenza politica della Russia neozarista, con una UE che rimane in mezzo al guado in termini di superamento della sua dimensione intergovernativa, con l’accelerazione delle sfide politiche globali in corso sembra necessario ricollocare il senso dell’ispirazione del Manifesto di Ventotene1. Peraltro è necessario anche perché, ad una attenta analisi, si tratta di smascherare l’operazione della Meloni, la quale vuole ridurre, con una ormai tipica strumentalizzazione politica della destra italiana, il Manifesto di Ventotene ad una espressione astorica di marxismo-leninismo, quando ciò non è vero nei fatti.
Può essere utile rileggere il manifesto facendo una doppia operazione: a) mantenendo fermo l’orizzonte in cui è stato scritto, per una corretta metodologia ermeneutica, spesso messa da parte dalle esigenze di una lettura mossa da bisogni contemporanei; b) cercando di far “risuonare”, “reagire” il Manifesto con le questioni contemporanee, e di chiarirle il più possibile a noi stessi. È chiaro che in una condizione di lotta politica, strategica, di comunicazione quindi polemica e strumentale molti passaggi possono essere strumentalizzati e letti in maniera capziosa e senza carità epistemologica, tutto ciò è normale, ma l’importante è riuscire a leggere le varie stratificazioni di lettura e interpretazione che vi possono essere. Vi sono degli aspetti invecchiati nel Manifesto? Certamente, ma non tanto quelli che vengono strumentalmente indicati, ad esempio i passaggi “giacobini”, rivoluzionari o quelli sull’abolizione della proprietà privata, quanto semmai che il progetto di federazione europea proposto era considerato in una fase storica in cui ancora l’Europa era la parte più rappresentativa e centrale del pianeta, mentre oggi è in un declino demografico e politico, oltre che economico, se messa in relazione con il resto del mondo.
Detto questo andiamo a considerare nuovamente il Manifesto, lasciando le considerazioni del 2019, e aggiungendone appunto di nuove. Dal punto di vista del metodo partirei dalla prefazione scritta da Eugenio Colorni che non scrisse il Manifesto, opera perlopiù di Altiero Spinelli e in parte di Ernesto Rossi, ma che lo presentò e ne curò la redazione.
Colorni individua con grande rigore – fornendone una prima interpretazione – alcuni aspetti decisivi e qualificanti il Manifesto, il primo innanzitutto, l’intuizione che la questione centrale è il superamento di una politica internazionale operata da Stati nazionali. Questa dimensione statuale è di per sé problematica e foriera di competizione, infatti non garantisce il superamento di questa condizione nemmeno la presenza di forme democratiche o socialiste (ideologicamente internazionaliste e non nazionaliste). Questo è un punto importante perché oggi ci induce a pensare che finché rimarrà forte l’impianto intergovernativo e nazionale la competizione può risorgere, è in atto, sempre. Il virus del nazionalismo silente può riattivarsi. Non è un caso che la difficoltà della UE sia legata al predominio della dimensione intergovernativa che non può che riprodurre all’interno della UE una logica “imperialistica” degli Stati più forti. Non solo, questa dimensione intergovernativa, confederale, implica la possibilità, nel blocco atlantico, di un gioco di scomposizione e di network differenziato con attori interni al blocco, si pensi agli USA di Trump che possono dividere la UE per predominare, o con attori esterni che possono utilizzare il processo deliberativo democratico per intervenire dall’esterno (si pensi al caso dell’intervento russo sempre più crescente in termini di inquinamento del dibattito pubblico e di finanziamento dei partiti dell’estrema destra nazionalista e sovranista). Inoltre, per costruire un collante interpartitico, Colorni pone la questione che i federalisti debbano egemonizzare ed essere presenti in tutti i partiti, per far sì di superare la dimensione nazionale.
Non possiamo certo sottovalutare quanto la dimensione nazionale sia rilevante politicamente: questo è un aspetto su cui riflettere perché mentre gli estensori del Manifesto valutarono la crescente forza unificante delle ideologie europee del novecento come prova della possibilità di costruzione di spazi politici nuovi, si deve tener conto del peso degli inconsci collettivi, delle memorie storiche su cui gli attori reazionari possono pescare paure e odi ancestrali o pulsioni di dominio ataviche per riportare le lancette della storia all’indietro. La lotta egemonica di ricostruzione della memoria e del pensiero è decisiva per il governo degli uomini, peraltro è proprio per questo che la Meloni tocca alcuni passaggi che possono risvegliare complessi politici di frattura e di polemica squalificante il Manifesto. Oggi peraltro le élite reazionarie stanno mettendo in campo una controffensiva contro la ragione illuministica, contro la cultura dei diritti dell’uomo, utilizzando come terreno di manovra l’analfabetismo funzionale di larga parte della popolazione occidentale, come il malessere sociale che esse stesse con le loro ricette economiche e sociali hanno perlopiù prodotto e provocato.
In ogni caso le difficoltà presenti non possono scoraggiare la visione politica di trasformazione della realtà, tanto più che la soluzione federalistica, a livello mondiale (e non solo europeo), è l’unica in grado di affrontare, assumendo un pensiero terreste – e qui seguo l’intuizione di Bruno Latour2 – le autentiche sfide globali della terra, che non possono essere invece risolte con la visione anacronistica e primitiva del pensiero dei vari Trump3, Putin, o dall’incerta e non conseguente visione europeistica delle leadership democratiche attuali che rimangono in Europa o negli USA. Il conflitto tra visione anacronistica e visione progressiva che oggi appare sempre più evidente ci riporta agli anni venti e soprattutto trenta del Novecento. Mi pare evidente quindi che tipologia di soglia epocale stiamo vivendo.
Più volte negli ultimi anni il Partito Democratico ha rievocato il Manifesto e giustamente ha risposto con forza alla provocazione, studiata e rivelatrice della Meloni. Leggendolo se ne comprende appieno l’attualità. Potremmo perfino definirlo come uno dei contributi più originali della cultura politica italiana alla vicenda politica europea, se si considera propriamente la dimensione federalista, peraltro non è solo il prodotto dei giovani Spinelli e Rossi ma anche può essere considerato un condensato di molte idee presenti in Italia tramite Luigi Einaudi – che aderirà non a caso con convinzione al movimento federalista Europeo - e la riflessione socialista liberale di Carlo Rosselli. Spinelli stesso riconoscerà l’ispirazione di Einaudi4 – che sotto lo pseudonimo di Junius scrisse una serie di articoli dopo la Prima guerra mondiale sul Corriere della Sera - e della letteratura anglosassone federalista che conosceva prima della stesura del testo: Robbins in particolare5, Beveridge, Layton, Wootton. È un testo da commentare e direi regalare ai giovani millennials e a tutti noi: ci permette infatti di riflettere sul passato, ma anche e soprattutto ragionare sul futuro.
La rilettura di questo classico ha incrociato - tempo fa - la lettura di un altro classico, questa volta dell’antropologia, quella di René Girard, Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo (1978)6, (un’antropologia che io interpreto come una forma rinnovata ed originale di apologetica della fede cristiana)7 e devo dire che sono emerse questioni di fondo che sono poi alla fine le questioni ultime legate alla convivenza umana, e che abbiamo già affrontato trattando della presente e futura sfida (all’ombra di Tucidide) tra USA e Cina8. Ma le affronteremo per ordine.
Torniamo al testo redatto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, con la prefazione di Colorni, e utilizziamo l’edizione del cinquantenario dell’istituto di Studi federalisti “Altiero Spinelli” del 1991. Nella prefazione Eugenio Colorni, come si scriveva sopra, pone subito la questione di fondo (pensate, è ovvio, al contesto): “… si fece strada, nella mente di alcuni, l’idea centrale che la contraddizione essenziale, responsabile delle crisi, delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti che travagliano la nostra società, è l’esistenza di stati sovrani, geograficamente, economicamente, militarmente individuati, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes” (p. 11). Lo sfondo hobbesiano è evidente. Il grande filosofo di Malmesbury parlava degli Stati come dei gladiatori in un’arena. Oggi questa interpretazione hobbesiana è stata con forza riattivata da Trump in maniera evidente, mettendo in crisi la stessa area atlantica9.
Il tema è posto e ha già uno svolgimento implicito, basti considerare la logica del giusnaturalismo moderno (per uscire dallo stato di natura si deve concentrare la forza e fondare lo stato, un ordine nuovo), ma anche la riflessione che in contemporanea altri pensatori italiani del federalismo avevano sviluppato o stavano sviluppando: in quegli stessi anni Silvio Trentin scriveva Stato nazione federalismo e lo consegnava prima dell’arresto nel 1943 a Mario Dal Prà10. Trentin in questo testo polemizzava fortemente con il nazionalismo e lo statalismo nazionalistico, per proporre una soluzione di federalismo socialista su base continentale e mondiale, sottolineando che il federalismo non è un passo indietro in piccoli stati, bensì il coordinamento e l’integrazione delle economie nazionali.
Il fascismo è stata una variante dello sviluppo dello Stato-nazione italiano, ma alla luce degli estensori del Manifesto non una semplice variante, ma in qualche modo un destino. Destino simile a qualsiasi destino di ogni Stato, insomma, scriverebbe Girard, uno dei doppi che alimenta la logica della violenza che scaturisce dal mimetismo, dalla lotta per essere come il proprio modello, per avere quello che l’altro ha. Si pensi anche alla descrizione dello stato di natura, certamente ipotetico ma frutto di una osservazione attenta dell’uomo, che fa Hobbes: si parte da un dato di eguaglianza: “Da questa eguaglianza di abilità sorge l’eguaglianza nella speranza di conseguire i nostri fini. E perciò se due uomini desiderano la stessa cosa, e tuttavia non possono entrambi goderla, diventano nemici, e sulla via del loro fine … si sforzano di distruggersi o di sottomettersi l’un l’altro”11. Una volta che uno dei due prevale, dovrà vedersela con altri potenziali competitori: insomma dall’eguaglianza procede diffidenza, sfiducia reciproca, timore reciproco, e quindi prevenzione e ricerca della sicurezza, e da questa condizione procede la guerra, e se questa guerra determina un equilibrio in cui qualcuno domina, entra di nuovo la competizione sulla gloria del proprio potere ecc. Hobbes scrive: “… nella natura umana troviamo tre cause principali di contesa: in primo luogo la competizione, in secondo luogo la diffidenza, in terzo luogo la gloria. La prima fa sì che gli uomini si aggrediscano per guadagno, la seconda per sicurezza e la terza per reputazione”12. Proiettate questa dinamica a livello statuale, arricchendola delle dinamiche economico-sociali.
E infatti la consapevolezza degli estensori del Manifesto è chiara ed è proiettata verso il futuro: è già per loro scontata la sconfitta del nazifascismo, tuttavia si tratta di non ricadere in una situazione che potrà ricondurre con il tempo ad una dinamica competitiva tra gli stati nazionali. Infatti il problema non è il volto fascista e nazionalista degli stati, assunto dalla politica aggressiva e di potenza del nazifascismo, bensì la struttura dello stato nazione che anche con regimi democratici o socialisti non porterebbe affatto ad uno scenario internazionalista in termini automatici. Questo non è un discorso in realtà rivolto primariamente quindi a definire un conflitto stati democratici e stati fascisti, bensì una dialettica tra stato e federazione.
Il Manifesto si intitola propriamente “Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”, diviso in tre parti: 1) La crisi della civiltà moderna; 2) Compiti del dopo guerra. L’unità europea; 3) Compiti del dopo guerra. La riforma della società.
Nella prefazione si pone il tema che per superare la competizione tra stati, anche democratici o socialisti, si debba animare un movimento trasversale ai partiti che abbia come obiettivo il superamento dell’unità statale, come unità politica semplice e costitutiva, verso una logica di federazione: “L’abolizione delle frontiere politiche ed economiche fra stato e stato non discende dunque necessariamente dall’instaurazione contemporanea di un dato regime interno in ciascuno stato; ma è un problema a sé stante…”. Perfino il socialismo che postula l’internazionalismo non è un garanzia a tal proposito, sottolineano gli estensori. Questo è un aspetto centrale (specialmente se si pensa alla storia politica di Spinelli, alla sua rottura con lo stalinismo e con il Pc d’I).
Il compito è delineato e caratterizza il movimento federalista europeo: “Il nostro Movimento non è e non vuole essere un partito politico. Così come si è venuto sempre più nettamente caratterizzando, esso vuole operare sui vari partiti politici e nell’interno di essi, non solo affinché l’istanza internazionalistica venga accentuata, ma anche e principalmente affinché tutti i problemi della sua vita politica vengano impostati partendo da questo nuovo angolo visuale, a cui finora sono stati poco avvezzi” (p. 15). Si tratta di promuovere all’interno dei partiti progressisti (cioè quelli che non sono nazionalisti, ma democratici e socialisti) i principi di una Federazione Europea: “Tali principi si possono riassumere nei seguenti punti: esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione tra gli stati appartenenti alla Federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica” (p. 15). Gli scritti che vengono presentati nel Manifesto, si augurano gli autori, sono da considerarsi come elementi per suscitare un fermento di idee e un programma politico e di ricerca.
È chiaro che noi dobbiamo contestualizzare il Manifesto di Ventotene e sappiamo che per l’Europa e la sua costruzione furono più importanti e decisive operativamente e concretamente altre figure e altre elaborazioni, almeno nei primi anni, ma è altrettanto vero che poi con il tempo la spinte ideale del federalismo di Spinelli ha sempre più permeato il dibattito europeo e l’azione in particolare del Parlamento Europeo. Per noi italiani è inoltre particolarmente significativo partire da questo scritto perché si proietta in avanti: è un progetto che si rivolge ai progressisti (un campo vasto in cui oggi possiamo certo collocare le forze politiche di ispirazione socialista, ecologista, liberaldemocratica e cattolico democratica) perché operino delle scelte coraggiose di federazione. Ciò dovrebbe porre le basi per un patto politico tra le maggiori forze politiche europee. La storia successiva dell’Europa, certamente facilitata dal supporto statunitense e dalla logica di argine all’Unione Sovietica, partirà dall’intuizione della messa in comune degli interessi economici, dall’intuizione, poi non perseguita, della messa in comune degli eserciti nazionali, per poi sviluppare la linea della politica monetaria comune, fino alla moneta unica. Serve proseguire con questa strategia di integrazione, per renderla irreversibile. Unire quindi interessi, vincolare attraverso di essi. Se c’è un limite in questa azione è l’idea di ridurre l’Europa ad uno spazio di mercato, invece bisognerebbe, a partire dalle leve statuali, mettere in campo una strategia per rafforzare campioni europei nelle produzioni a più alto valore aggiunto e a più alto contenuto tecnologico. Oggi, è chiaro, i partiti della destra sono sinonimo di piccola Europa, o di una Europa di piccole nazioni completamente subalterne rispetto alle grandi potenze: ricordiamoci la storia italiana. Oggi il mito politico evocato da Machiavelli nel Principe dovrebbe essere rivolto al progetto europeo (ma sappiamo come è andata a finire per l’Italia del Rinascimento).
Andiamo alla prima parte del Manifesto di Ventotene, quella relativa alla crisi della civiltà moderna. Si riconosce che l’ideologia dell’indipendenza nazionale è stata un potente lievito di progresso (superamento del campanilismo, integrazione economica, fine dell’oppressione straniera) – è chiara qui una lettura legata alla vicenda dello state building italiano, del Risorgimento italiano – e tuttavia “portava … in sé i germi dell’imperialismo capitalista che la nostra generazione ha visto ingigantire, sino alla formazione degli stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali” (p. 19). Insomma vi è una precisa lettura delle cause delle guerre mondiali, l’esasperazione del nazionalismo, quale strumento dell’imperialismo capitalista. In linea però teorica, al di là della volontà di potenza di borghesie o aristocrazie nazionali, anche i popoli democratici o socialisti potrebbero produrre un orizzonte simile? Su questo punto si tratta di considerare il regime interno: la riflessione kantiana13 ci può ancora aiutare nel XXI secolo? La risposta del Manifesto è che serve una lotta politica e una innovazione istituzionale per evitare il ritorno della competizione nazionale e che non è sufficiente un regime interno democratico per scongiurare questo ritorno.
Torniamo al testo di Spinelli e Rossi: “La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio di ciascuno di essi, poiché ciascuno si sente minacciato dalla potenza degli altri e considera suo spazio vitale territori sempre più vasti, che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza, senza dipendere da alcuno. Questa volontà di dominio non potrebbe acquetarsi che nella egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti” (p. 20). Questo “sovranismo” - come si chiama adesso - conduce alla ricerca della massima efficacia bellica (questo è un aspetto fondamentale, in realtà senza spada non è che vi possa essere fino in fondo esercizio di sovranità) e questa efficacia bellica è parametrata ad una politica di potenza. Non solo: gli estensori del Manifesto collegano questo “sovranismo” con un altro fatto – e qui è interessante il confronto con l’oggi – ossia con il fatto che negli anni che hanno preparato la prima ma soprattutto la seconda guerra mondiale per impedire una redistribuzione del potere all’interno delle società nazionali vi fu una evoluzione autoritaria. L’integrazione delle masse nello Stato condusse ad una reazione delle classi possidenti che favorì l’ascesa dei fascismi e la svolta autoritaria. Ma questa ascesa non si spiega se non attraverso l’alleanza di un ceto medio impaurito e impoverito con le classi possidenti attraverso la mediazione dei fascismi che hanno strumentalizzato i revanscismi nazionalistici. C’è una analogia con l’oggi da ricercare? Oggi i sovranismi utilizzano la polemica contro le élite, magari anche cosmopolite, per esprimere che cosa? Che esprimano in realtà una spinta nazionalista in cui parte di élite o nuove élite utilizzano il malessere sociale e quindi lo spirito di revanscismo di un ceto medio prostrato per rilanciare una sfida nazionalista? Non resistono in realtà al tema dell’integrazione, ma lo pongono in maniera diversa? Non sono forse in realtà stati proprio i fascismi (tra cui inserisco il nazismo, come variante) a dare in un certo periodo una chiave di soluzione al tema dell’integrazione, dando una via di uscita nazionalistica? Non è una vecchia storia? Magari strumentalizzata da potenze straniere? Anche qui una riedizione del divide et impera esterno? Sappiamo che oggi il terreno geopolitico vede il confronto crescente tra USA e Cina, con una strategia di contenimento degli USA sia nei confronti cinesi che nei confronti russi e una oscillazione europea che vede la UE legata alla Nato, ma allo stesso tempo interessata allo scambio commerciale con Russia e soprattutto Cina. Nella lettura di Spinelli e Rossi vi era un problema di integrazione delle masse e di redistribuzione del potere interno, oggi come si potrebbe interpretare? Noi lo sappiamo interpretare? Come lo interpretiamo nell’epoca della crisi fiscale dello Stato, nell’epoca della crisi del sovraccarico e di legittimazione dello Stato? Lascio cadere questa domanda, per ritornare ancora al testo del Manifesto. Che appunto sottolinea come la crisi della civiltà moderna va individuata nell’evoluzione autoritaria dello Stato nazione. Per evitare l’avanzata sociale dei lavoratori e mantenere vecchi privilegi sociali e di dominio. Per quell’epoca si trattava di una lettura legata alla resistenza dell’antico regime europeo alleato della grande borghesia europea (scosso profondamente dagli esiti della prima guerra mondiale).
Spinelli e Rossi poi si soffermano sulla genesi di nuovi strumenti ideologici a sostegno della volontà di potenza degli stati autoritari: il razzismo, ad esempio. Interessante è poi un passaggio di critica alla “pseudo scienza della geopolitica, che vuol dimostrare la consistenza della teoria degli spazi vitali” (p. 23). In effetti la geopolitica, che in Italia ha, non a caso, genesi fascista, si sviluppa in realtà precedentemente sia nel mondo anglosassone che nel mondo tedesco, nella fase in cui la sfida tucididea della Germania guglielmina è in atto contro l’Impero Britannico (la potenza tellurica sfida quella talassocratica). Il fondatore in Germania della Geopolitik è Haushofer, le cui nozioni saranno poi riprese e sviluppate da Carl Schmitt (ma non particolarmente in realtà ascoltate fino in fondo da Hitler, che tuttavia interpretò certamente il Drang nach Osten germanico)14. La crisi è segnata in particolare dalle politiche imperialiste di Germania, Italia e Giappone che hanno lo scopo di imporre al mondo una nuova gerarchia tra spartiati e iloti. Ma, e qui è molto significativa la chiusura di questo capitolo, la storia della ascesa di queste potenze è ormai segnata: gli estensori del Manifesto prima che la guerra finisse scrivono che ormai il culmine per la Germania e i suoi alleati è stato raggiunto: “non possono ormai che consumarsi progressivamente” (p. 24). Infatti hanno provocato l’alleanza tra USA e URSS, è una questione di tempo15. È chiaro che quindi lo sguardo e la proposta del Manifesto già guarda oltre, come abbiamo già detto: si rivolge alle forze progressiste. Non a quelle nazionaliste che oggi in Europa si stanno rialzando. Tuttavia senza una capacità di previsione rispetto alle dinamiche che di lì a pochi anni avrebbero diviso l’Europa (anzi, in un passo si scrive come impossibile e non auspicabile una divisione della Germania…).
La seconda parte del Manifesto tematizza i compiti del dopo guerra e pone l’obiettivo dell’unità europea (che sappiamo Yalta rese impossibile). L’incipit è chiaro: “La sconfitta della Germania non porterebbe … automaticamente al riordinamento dell’Europa secondo il nostro ideale di civiltà” (p. 26). Sarebbe solo questione di tempo (il nostro tempo?) ma i reazionari ritornerebbero al potere: “Risorgerebbero le gelosie nazionali, e ciascuno stato di nuovo riporrebbe la soddisfazione delle proprie esigenze solo nella forza delle armi” (p. 30). E quindi: “Il problema che in primo luogo va risolto e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani” (p. 30). Se questo è il problema, la soluzione che viene prospettata è una soluzione logica che io definirei giusnaturalista: tuttavia non vi è in realtà un riferimento chiaro ad una logica di intervento, né ad una tradizione politica, in termini espliciti (ma su questo le interviste in appendice al testo di Altiero Spinelli chiariscono in realtà le ispirazioni teoriche). Insomma la soluzione è il federalismo, la federazione europea, gli Stati Uniti d’Europa, come soggetto federato che disponga di una forza armata europea e che integri le economie, superando le autarchie economiche, “pur lasciando agli stati stessi l’autonomia che consenta una plastica articolazione e lo sviluppo di una vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli” (p. 33).
Pertanto: “La linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari cade … ormai non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa quelli che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale - e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie lasciando solidificare la lava incandescente delle passioni popolari nel vecchio stampo e risorgere le vecchie assurdità – e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forse popolari e, anche conquistando il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale” (p. 32).
Il Manifesto nella terza parte pone inoltre il compito della riforma della società. Si tratta dell’obbiettivo, del fine, per il quale è fondamentale una Europa unita. Il processo storico contro la diseguaglianza ed i privilegi sociali. “La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi la emancipazione delle classi lavoratrici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita” (p. 34). E come identificare questo socialismo? “Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbano dominare gli uomini, ma – come avviene per le forze naturali – essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime"16 (p. 32). Questo comporta una visione pragmatica del socialismo, una visione riformista: “La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio” (p. 35). Gli estensori mettono in campo una serie di indirizzi su questo punto, per precisare il socialismo liberale che propongono (assolutamente compatibile per il liberalismo egualitario di un Rawls o con un marxismo sviluppato in termini pragmatici e storicistici): a) “Non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un’attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori… È questo il campo in cui si dovrà procedere senz’altro a nazionalizzare su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti” (p. 35). Spinelli e Rossi a tal proposito fanno una serie di esempi: praticamente entrano le grandi concentrazioni e le grandi imprese legati alle materie prime o alle lavorazioni fondamentali per l’industria (elettriche, siderurgiche, minerarie,), le industrie degli armamenti, i grandi istituti bancari. Peraltro più avanti nel testo, specialmente in polemica con il corporativismo fascista, si afferma questa lotta alle tendenze monopolistiche a qualsiasi livello. In tempi moderni questa tendenza riformistica si è tradotta nella politica della liberalizzazione, ma anche della regolazione. Su questo punto si può evidenziare la tensione anche contraddittoria con alcune proposte del Manifesto, che certamente è antimonopolistico, ma che richiede in realtà su di una serie di servizi e produzioni il monopolio pubblico, e non solo la regolazione pubblica. Un programma che oggi sarebbe molto difficile adottare e sarebbe indicato come estremistico, ma su cui probabilmente servirebbe riaprire la riflessione. In Europa peraltro oggi vi è una regolazione tesa a favorire la concorrenza e non certo l’intervento pubblico, una impostazione sempre più oggi criticata da molteplici e crescenti autorevoli soggetti del dibattito pubblico17. Questi aspetti tipici della politica della UE, in questa fase soprattutto in cui si richiede sempre più non solo una coerente ispirazione federalista ma anche una risposta alle necessità storiche, sono da superare: servirebbe infatti che la UE diventasse con una politica di bilancio e fiscale unitaria un attore in grado di fare politiche industriali per fronteggiare le sfide e cooperare efficacemente con i grandi attori mondiali. E quindi andrebbe considerato come gli stati europei per favorire una logica di federazione dovrebbero invece governare delle concentrazioni ed un controllo di alcune di queste industrie o di questi grandi servizi; b) un altro indirizzo politico che viene proposto è relativo alle politiche per impedire, magari grazie all’intervento sul diritto di successione, grandi accumulazioni di capitale e grandi ricchezze o possedimenti: si tratta invece ad avviso di Spinelli e di Rossi di aumentare i piccoli proprietari, l’estensione ai lavoratori della proprietà dei mezzi di produzione, le cooperative, l’azionariato operaio ecc. ; c) un’altra proposta politica di riforma è relativa al diritto allo studio, per ridurre al minimo la distanza fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita (queste sono le parole): insomma il tema delle pari opportunità. “In particolare la scuola pubblica dovrà dare le possibilità effettive di proseguire gli studi fino ai gradi superiori ai più idonei”. Non solo, si fa riferimento ad una programmazione dell’orientamento per garantire una rimunerazione media non dissimile. Infine d) si pone l’obiettivo di garantire una serie di provvidenze tali da garantire incondizionatamente a tutti, sia in grado di lavorare che non in grado, un tenore di vita “decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori” (p. 36). Emerge qui la necessità di ragionare su strumenti efficaci in termini di politiche sociali che non disabilitino le persone, ma anche che non le mettano alla mercé delle dinamiche del mercato del lavoro più funzionali allo sfruttamento. Questa riforma della società la possiamo tranquillamente pensare non solo e non tanto a livello nazionale, ma considerata la dimensione federale, a livello della Federazione Europea. È evidente come oggi vi sia ancora un deficit di coordinamento e una possibilità, a più livelli, di operare in realtà in termini di competizione reciproca e di dumping sociale18.
La riforma della società implica quindi una serie di politiche di riforma economiche e sociali, tali da regolare e strutturare il mercato e da garantire un welfare state. A queste politiche, nel Manifesto, si accompagnano alcune considerazioni, non per la verità approfondite, ma quasi date per scontate, a livello costituzionale: si tratta della difesa delle caratteristiche di uno stato democratico: una democrazia rappresentativa, con la garanzia di una magistratura indipendente, con la garanzia di una libertà di stampa e di associazione. In realtà si richiede anche la fine del concordato in Italia e l’affermazione di uno stato puramente laico (mostrando una certa incomprensione della realtà italiana?). Ora Spinelli e Rossi pongono tali obiettivi come obiettivi di un Movimento, che nell’ultima parte del Manifesto viene definito partito rivoluzionario – un po’ in possibile contraddizione con quanto affermato relativamente al Movimento trasversale ai partiti progressisti - (diciamo che potremmo dire che il Manifesto per come è strutturato richiama, in parte, un altro Manifesto, quello scritto da Marx ed Engels nel 1848). Il partito rivoluzionario dovrà sostanziarsi dell’alleanza tra intellettuali, la parte più valente e di guida, e la classe operaria, che ha dimostrato una capacità di resilienza e autonomia rispetto alla stagione dei fascismi: il proletariato ha bisogno della chiarezza di pensiero degli intellettuali, ma questi ultimi hanno bisogno dei lavoratori. Il partito rivoluzionario deve guidare le forze progressiste e nella fase genetica verso la nuova democrazia con le caratteristiche sopra riportate esercitare una vera e propria dittatura, da superare nella fase successiva di consolidamento della democrazia raggiunta. Come si vede uno schema rivoluzionario, classico, legato alla lunga tradizione di pensiero che nasce con l’esperienza della rivoluzione francese. Questi aspetti sono per certi versi quelli più invecchiati del Manifesto – ma si deve capire come storicamente l’uscita dal nazifascismo e la ricostruzione non potevano certo passare se non attraverso un conflitto violento. Non solo, pur essendo passaggi da storicizzare e che non sono riducibili all’operazione di strumentalizzazione della meloni, sono collocati in un impianto di pensiero socialista liberale o liberalsocialista e non certo da comunismo sovietico anni quaranta. In ogni caso, del Manifesto, vive la necessità di fare passi concrete per favorire l’internazionalismo, il transnazionalismo dei partiti, come l’azione di un gruppo politico di testa che, sapendo unire interessi popolari, abbia la forza di dare speranza e strumenti efficaci alla profezia dell’Europa unità, di portare avanti la concreta utopia del federalismo per la UE (e direi per il Mondo)19.
Cfr. A. Spinelli, E. Rossi, Il Manifesto di Ventotene, “Istituto di Studi Federalisti Altiero Spinelli”, Ventotene, 1991, scritto tra il 1941 e il 1942 e pubblicato nel 1944. Altiero Spinelli era un ex comunista che aveva rotto con il partito comunista verso il 1937 (PCd’I), espulso, per il suo antistalinismo, Ernesto Rossi invece faceva parte di Giustizia e libertà, mentre Eugenio Colorni era un socialista. Vi è poi da sottolineare che la fuoriuscita del testo dal confino di Ventotene fu opera delle mogli di Colorni e Rossi, Ursula Hirschmann, sorella del famoso intellettuale ed economista Albert Hirschmann, e Ada Rossi, anch’esse militanti federaliste. Ursula divenne, dopo l’uccisione di Colorni da parte dei fascisti della banda Koch, successivamente moglie di Altiero Spinelli.
Cfr. B. Latour, Tracciare la rotta. Come orientarsi in politica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2018.
Il caso di Musk è un po’ diverso ma non dista dall’impostazione di pensiero di Trump, con una differenza: mentre Trump vive nel presente, e rappresenta gli ideologi del godimento nel presente di pochi ricchi di una generazione al crepuscolo ai quali delle generazioni future non importa nulla, Musk invece sogna nella sua cultura transumana di spostare i ricchi su Marte e farli vivere nelle macchine, nella sua utopia cyborg.
Ivi, p. 50.
Cfr. L. Robbins, The Economic Causes of War che Spinelli tradusse a Ventotene.
Cfr. R. Girard, Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, Adelphi, Milano 20105.
Tuttavia credo che i risultati di questa antropologia possono tranquillamente essere autosufficienti rispetto al risvolto apologetico.
Cfr. la mia recensione di Graham Allison, Destinati alla guerra. Possono l'America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide?, Fazi Editore, Roma 2018 (ed. or. 2017). Cfr. ytali.com Rivista Plurale Online.
Ricordiamo come vi siano nelle teorie delle relazioni internazionali diversi approcci: possiamo considerarne almeno tre: 1) appunto la tradizione realista hobbesiana; 2) la tradizione groziana, di realismo moderato, che riconosce la presenza di una società internazionale al di là del conflitto interstatuale; 3) la tradizione kantiana, sia nella sua versione maggiormente idealista e federalista, e quindi cosmopolitica, sia in quella che mantiene una centralità statuale.
Cfr. S. Trentin, Stato, nazione, federalismo, anastatica dell’edizione clandestina, Casa editrice la Fiaccola, Milano 1945, Marsilio, Venezia 2010. Trentin in questo testo polemizza fortemente con il nazionalismo e lo statalismo nazionalistico, per proporre una soluzione di federalismo socialista su base continentale e mondiale, sottolineando che il federalismo non è un passo indietro in piccoli stati, bensì il coordinamento e l’integrazione delle economie nazionali.
Cfr. T. Hobbes, Leviatano, a cura di G. Micheli, La Nuova Italia, Firenze 1987, p. 118.
Ivi, p. 119.
Faccio qui riferimento alle indicazioni di Kant in I. Kant, Per la pace perpetua, Feltrinelli, Milano 1991. Kant puntava sulla forma politica repubblicana come forma che, facendo ricadere le conseguenze della guerra sui cittadini, può essere funzionale ad una cooperazione pacifica, in una federazione potenzialmente mondiale, tra i vari stati (se essi progressivamente saranno tutti repubbliche).
La Germania naturalmente ha bisogno sempre di sviluppare una Ostpolitik!
Secondo una certa storiografia tedesca, penso a Hillgruber e alla sua Storia della seconda guerra mondiale, la Russia di Stalin aveva in un determinato tempo sperato di poter assistere allo scontro tra blocco capitalista liberaldemocratico e fascista, per poi avvantaggiarsene e rilanciare una nuova strategia di rivoluzione socialista globale: tale strategia però non si realizzò per l’errore strategico, contro le indicazione dei generali della Wehrmacht e dei padri teorici della geopolitica tedesca, di Hitler di scatenare l’invasione dell’Unione Sovietica, compiendo lo stesso errore di Napoleone.
Mi pare evidente la critica all’esperienza sovietica di allora.
Su questa linea mi pare si collochi anche il contributo alla discussione di M. Bellini, Salviamo l’Europa. Otto parole per riscrivere il futuro, Marietti1820, Bologna 2024. Si veda la mia recensione sempre su ytali.com
i tratta di un problema messo in evidenza anche recentemente da S. Fassina, Perché l’autonoma differenziata fa male al nord, Castelvecchi, Roma 2024. Si veda sempre la mia recensione su ytali.com
I profeti disarmati rovinano, come direbbe il Segretario fiorentino.